Il nuovo Governo Italiano

Presidente del Consiglio: Matteo Renzi

Ministri con portafoglio

  • Sottosegretario alla presidenza del Consiglio:Graziano del Rio
  • ministro degli Affari Esteri: Federica Mogherini
  • ministro dell’Economia: Pier Carlo Padoan
  • ministro del Lavoro:Giuliano Poletti
  • ministro della Giustizia: Andrea Orlando
  • ministro dello Sviluppo Economico: Federica Guidi
  • ministro dell’Interno: Angelino Alfano (Ncd)
  • ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture: Maurizio Lupi (Ncd)
  • ministro dell’Istruzione: Stefania Giannini;
  • ministro della Cultura: Dario Franceschini (PD)
  • ministro della Difesa: Roberta Pinotti;
  • ministro della Salute: Beatrice Lorenzin (Ncd)
  • ministro dell’Agricoltura: Maurizio Martina (UDC)
  • ministro dell’Ambiente: Gianluca Galletti

Ministri senza portafoglio

  • ministro della Pubblica Amministrazione: Marianna Madia
  • ministro dei Rapporti con il Parlamento: Maria Elena Boschi
  • ministro degli Affari Regionali: Maria Carmela Lanzetta

“Faccio gli auguri a questo nuovo governo guidato da Matteo Renzi sperando che faccia un buon lavoro, anche se non è stato eletto dal popolo”

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Padoan al Tesoro, Alfano al Viminale Renzi al Colle presenta la sua squadra

Articolo preso da La Stampa.

Franceschini verso la Giustizia. Berlusconi: «Non ha la maggioranza in Aula»

ROMA

Matteo Renzi presenta la lista dei ministri al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Per quanto riguarda i due nodi principali, ovvero il Viminale e l’Economia, Angelino Alfano dovrebbe essere confermato al ministero dell’Interno mentre a via XX settembre approderà Pier Carlo Padoan, indiscrezione confermata anche dal sottoscritto.

 

I nomi dovrebbero essere 16 di cui metà donne. Per lo Sviluppo Economico la favorita è Federica Guidi. Mentre Giuliano Poletti (presidente di Legacoop) dovrebbe guidare il Lavoro. Ncd conferma la sua attuale delegazione nell’esecutivo con Alfano, Maurizio Lupi e Beatrice Lorenzin, mentre per Scelta civica dovrebbe entrare Stefania Giannini. Per la Giustizia (altra poltrona chiave) il favorito è Franceschini, ma spunta anche Gratteri. Le trattative tra Renzi e Alfano non sono ancora chiuse, restano aperte questioni legate al lavoro, fisco e legge elettorale. Sul cambiamento del sistema di voto si sarebbe però sbloccata l’impasse sui tempi della sua approvazione.

 

L’ACCORDO CON ALFANO E LA CLAUSOLA ANTI-VOTO ANTICIPATO  

L’accordo sulla squadra è stato trovato nel vertice notturno Renzi-Alfano. All’incontro c’erano anche Graziano Delrio, Dario Franceschini e Maurizio Lupi. Un incontro durato un’ora e mezzo, in cui secondo notizie di agenzie il premier incaricato avrebbe posto al leader Ncd una sorta di aut aut: «O resti vicepremier o ministro dell’Interno». Ma per la verità questo era già un punto superato, quantomeno Alfano sapeva già che avrebbe dovuto scegliere e aveva già scelto per la prestigiosa carica apicale al Viminale. L’accordo vero strappato da Ncd è una clausola di salvaguardia che congelerà la legge elettorale in attesa della riforma costituzionale del bicameralismo. Un passaggio al quale Alfano tiene moltissimo perché sarebbe la polizza sulla durata del governo fino al 2018.

 

BERLUSCONI ALL’ATTACCO  

Silvio Berlusconi intanto, dopo i toni morbidi e i complimenti al «giovane Matteo»degli ultimi giorni, va all’attacco: «Renzi ha la maggioranza nel suo partito, ma non ha la maggioranza in Parlamento. Molti deputati Pd sono bersaniani e dalemiani». Per il Cavaliere dopo Monti, Letta e Renzi, «si può dire che la sinistra si sia data ai giochi di palazzo. Spero che in questi quattro anni si possano fare le riforme»ha concluso il numero uno di Forza Italia. Alfano oggi ha partecipato al congresso dell’Udc, insieme a Mario Mauro dei popolari. «Ncd e i Popolari sono i nostri interlocutori», ha spiegato Lorenzo Cesa aprendo i lavori e confermando che i centristi appoggeranno l’esecutivo. Più cauto il gruppo dei Popolari. «L’unica certezza è che a oggi il presidente incaricato non ha la maggioranza al Senato», ha detto il vicepresidente del partito, Tito Di Maggio. «La fiducia non c’è – ha confermato invece Vendola – ma spero di ricredermi nei prossimi mesi, l’auspicio che faccio a me stesso è di poter esprimere un ripensamento su Renzi».

 

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Un pensiero…

Non sono contro Renzi, anzi alle primarie del Partito Democratico ho votato per lui.
Non sono d’accordo sul fatto di questa staffetta, però è l’unico modo visto che alle elezioni senza una legge elettorale non si può andare.
Penso anche che Renzi sia l’unico con le PALLE e potrà cambiare l’Italia.
Non sono d’accordo a eliminare il Senato.
Il movimento 5 stelle è un movimento che sa solo gridare ma non fa niente.
Faccio gli auguri a Renzi per questa sua nuova avventura.
Per quanto riguarda Democrazia Italiana, non c’è molto da dire….voglio che sia un gruppo di discussione politica specialmente per i giovani e poi si vedrà in futuro se lanciarlo in politica!!!

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Governo, consultazioni al Quirinale Napolitano valuta l’incarico a Renzi Alfano mette i paletti: “Serve tempo”

Questo articolo è stato preso da La Stampa

Ncd alza la posta: “Esito non scontato, per il programma non bastano 48 ore”
Berlusconi: “Forza Italia farà opposizione responsabile. Sì alla legge elettorale” 
Il futuro premier già al lavoro sulla squadra, a Firenze incontra Baricco e Serra

ROMA

Si è concluso il primo giro di consultazioni lampo al Quirinale. «Hanno avuto un ritmo intenso e non hanno avuto nulla di rituale o formale», ha spiegato Giorgio Napolitano al termine dei colloqui con i partiti. Forse già domani mattina il capo dello Stato affiderà l’incarico per la formazione del nuovo governo a Matteo Renzi. Nel caso è possibile che martedì ci sia il giuramento e al massimo giovedì la fiducia. Ma Alfano si mette di traverso: «Per scrivere il programma non bastano 24 ore», avverte dopo il colloquio della delegazione di Ncd con il Capo dello Stato.

 

GIORNATA DECISIVA 

Le trattative tra i partiti della maggioranza continuano. Il nuovo governo, guidato dal segretario Pd, potrebbe comunque nascere già nelle prossime ore. Non è escluso che già domani il sindaco di Firenze possa ricevere dal Colle l’incarico – con riserva – per formare la sua squadra. «Ho ritenuto di dover dare la massima rapidità alle consultazioni per poi dare spazio e serenità per il lavori successivi», ha spiegato il Presidente della Repubblica, così il premier incaricato «avrà tutto il tempo necessario per i suoi approfondimenti e interventi».

 

IL CAV AL QUIRINALE  

«Siamo all’opposizione di questo futuro governo», afferma Silvio Berlusconi al termine delle consultazioni. E annuncia che Forza Italia manterrà gli accordi sulla legge elettorale. È stato il primo incontro con Napolitano da quando Berlusconi non è più senatore. E il Cavaliere si è detto preoccupato per la crisi che c’è fuori dal Parlamento. Intanto arrivano i primi distinguo dalle file del Pd. Civati minaccia di non votare la fiducia al governo: «Serve un nuovo centro sinistra», dice. E poi attacca Renzi: «Smentisca di aver avuto un colloquio con Verdini in funzione anti-Alfano».

 

I PALETTI DI NCD  

Il nodo più delicato è però quello dell’accordo tra Renzi e l’Ncd. È bastato che in Sel si aprisse nei giorni scorsi il dibattito sul possibile appoggio al governo Renzi, per mandare in ansia il Nuovo Centrodestra, allarmato di uno spostamento a sinistra del futuro esecutivo. Alfano vuole evitarlo a tutti i costi, così come punta a conservare la poltrona di vicepremier. Renzi non è convinto. il leader di Pcd, fiutata l’aria, alza la posta: «Da parte nostra c’è buona volontà, ma l’esito è incerto perché vogliamo vederci chiaro su programma e composizione della coalizione. Se il programma è grande non ci deve essere fretta: non si può chiudere in 48 ore», dice di fronte ai microfoni dal Quirinale. Ricordando quella che ha definito «una scelta coraggiosa» di restare al governo, Alfano ha aggiunto: «Non vorremmo venire meno ora a quella scelta».

 

I “PICCOLI”  

Questa mattina al Colle è stato il turno dei “partitini”. Nessuna sorpresa particolare, se non la protesta della delegazione di Fratelli d’Italia: Meloni, La Russa e Crosetto hanno infatti consegnato simbolicamente al presidente della Repubblica le loro tessere elettorali come segno di protesta per il fatto che si sta avviando «il terzo governo consecutivo che passa sopra le teste degli italiani». Hanno invece detto sì a Renzi: Südtiroler volkspartei (Alfreider), Minoranza linguistica Val D’Aosta (laniéce, Marguerettaz) , Centro Democratico (Formisano e Tabacci) e Alleanza per l’Italia (Bruno), Psi (Nencini) e Per le autonomie (Fravezzi, Berger). Mentre Gal sostanzialmente non ha ancora chiarito la sua posizione. Intanto il Movimento 5 Stelle, dopo aver rinunciato di salire al Quirinale, ha lanciato le sue “contro-consultazioni” con un sit-in davanti a Montecitorio. Tra chi ormai si è tirato fuori dal governo c’è anche e Nichi Vendola: «Matteo Renzi con una formidabile accelerazione politica ha dissipato un intero patrimonio di credibilità, di speranze e di consensi», attacca il leader di Sel.

 

BARICCO E GUERRA A FIRENZE  

Matteo Renzi intanto è al lavoro sulla squadra. Questa mattina a Firenze ha incontrato Alessandro Baricco. Intercettato alla stazione dai cronisti, lo scrittore ha confermato di essere diretto a Palazzo Vecchio per parlare della squadra di governo. Ai giornalisti che gli chiedevano se accetterebbe un incarico da ministro, Baricco ha risposto sorridendo: «Non vengo certo a dirvelo a voi». Più tardi la precisazione: «Collaborerò, ma non da ministro». Renzi ha poi incontrato anche l’amministratore delegato di Luxottica Andrea Guerra, il cui nome circola come quello di uno dei possibili ministri. All’Economia sembra fatta invece per Lucrezia Reichlin. In un altro dicastero chiave, come le Riforme, dovrebbe andare la più che fidata Maria Elena Boschi che sta seguendo da tempo il dossier. Della squadra faranno parte altri due «uomini di fiducia» di Renzi come Lorenzo Guerini, in pole, gira voce, come sottosegretario alla presidenza del Consiglio ma per il quale era stato pronosticato anche un ruolo da vicesegretario del Pd, e lo stesso Delrio che dovrebbe lasciare gli Affari regionali con diverse opzioni tra cui quella di sottosegretario alla presidenza del Consiglio e quella di ministro dell’Interno. Scelta, quest’ultima, che metterebbe però in crisi il progetto del Nuovo Centrodestra che punta a riconfermare i suoi tre ministri: Beatrice Lorenzin alla Sanità, Maurizio Lupi alle Infrastrutture e, appunto, Angelino Alfano al Viminale. Il leader di Ncd, a quel punto, dovrebbe rinunciare all’incarico di vicepremier.

 

IL TOTO-MINISTRI 

Il totoministri intanto impazza, ma la lista finale ha bisogno di altre limature. L’unica novità è che la squadra si allargherà un pochino – dovrebbero essere almeno 15 i ministri dell’esecutivo – perché gli auspicati accorpamenti, una delle prime cartucce ad effetto che il segretario vorrebbe sparare, non possono essere spinti più di tanto. Dato che è la crisi economica e sociale la prima delle emergenze, ciò che è alla base di tutto, è il team dei ministri economici. Su cui c’è molta attesa anche all’estero. Continua sempre a essere quotata Lucrezia Reichlin. Così come è stabile il gradimento per il professor Tito Boeri al Lavoro. In forte calo le ipotesi di Lorenzo Bini Smaghi e di Carlo Padoan, neopresidente dell’Istat. In discesa anche il nome di Guglielmo Epifani, il segretario Pd «di transizione», già segretario generale della Cgil, di cui si era ipotizzato un ruolo al Lavoro. Si dà per certa la conferma di Angelino Alfano all’Interno, di Maurizio Lupi alle Infrastrutture, di Beatrice Lorenzin alla Salute. Probabile Stefania Giannini, di Scelta civica, come prossimo ministro dell’Istruzione. Pare decisa la conferma di Emma Bonino agli Esteri; sarebbe un segnale di continuità nei rapporti internazionali a cui il Quirinale tiene molto. In forse, invece, l’ingresso al governo di Michele Vietti, vicepresidente uscente del Csm, in ottimi rapporti con il Quirinale.

 

I TEMPI DELLA CRISI  

Le dimissioni di Enrico Letta non avranno quindi un passaggio parlamentare. Il presidente Giorgio Napolitano ha potuto così avviare ieri le consultazioni: cominciate con i presidenti di Senato e Camera, Grasso e Boldrini e con i capi delegazione del Gruppo Misto a Palazzo Madama e Montecitorio. Oggi tocca a tutti gli altri partiti: chiude il Pd e in serata le consultazioni saranno archiviate. Da qui la possibilità che già questa sera (o domani mattina) Renzi riceva l’incarico. Al sindaco sarà certamente concesso del tempo per ultimare la lista dei ministri e consultare i partiti. Compiti per i quali Renzi potrebbe prendersi 24-36 ore di riflessione, per salire al Colle e sciogliere la riserva già nella giornata di lunedì. Poi sarà il momento del giuramento di fronte al capo dello Stato, che vedrà l’intera squadra di governo salire al Quirinale per l’insediamento formale del nuovo esecutivo. Atto che potrebbe avvenire martedì. Poi l’iter in Parlamento. Già martedì il nuovo premier potrebbe recarsi al Senato (con Letta si iniziò da Montecitorio) per la prova dell’Aula: lì illustrerà il suo programma e chiederà la fiducia. Poi toccherà alla Camera dei deputati, entro giovedì, dare luce verde e far partire la corsa di Renzi.

 

 

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Oggi le ultime consultazioni, poi l’incarico a Matteo Renzi!!!

Articolo preso da Agi.it

 

(AGI) – Roma, 15 feb. – Tutti al Colle oggi, poi incarico a Renzi in serata o al massimo domenica mattina.

Un Giorgio Napolitano descritto come “molto lucido” da chi l’ha visto in giornata vuole bruciare i tempi. Ragion per cui accoglie le dimissioni “irrevocabiili” di Enrico Letta (che ha ricevuto una telefonata da Barack Obama), relega il suo governo nel faldone destinato all’archivio del Quirinale e passa a pensare al futuro.   Napolitano: stupore e rincrescimento per no della Lega a consultazioni Letta sale al Colle alle 13, dopo aver esaurito gli ultimi impegni in agenda.

Non c’erano le condizioni per proseguire, dopo il pronunciamento del Pd.

Quindi non si parli nemmeno della parlamentarizzazione della crisi, anche se la richiesta era prepotente da Forza Italia e M5S. La reazione del Presidente della Repubblica la si puo’ evincere dalla formulazione del comunicato redatto alla fine del colloquio. Primo punto: “Le consultazioni inizieranno oggi pomeriggio e si concluderanno nella giornata di domani”. Tempi rapidi, appunto. Secondo: “Il Parlamento potra’ comunque esprimersi sulle origini e le motivazioni della crisi allorche’ sara’ chiamato a dare la fiducia al nuovo Governo”. Quindi, al di la’ dei precedenti dei governi Berlusconi e Monti, il Parlamento non si senta esautorato delle sue prerogative.   Soprattutto, un terzo punto: si auspica e si vuole “una efficace soluzione della crisi, quanto mai opportuna nella delicata fase economica che il paese attraversa e per affrontare al piu’ presto l’esame della nuova legge elettorale e delle riforme istituzionali ritenute piu’ urgenti”.

Ecco, e’ questo cio’ che sta piu’ a cuore al Quirinale. La crisi continua a mordere, e ci sono le riforme da fare. A partire dalla legge elettorale, sia chiaro.

Napolitano lo aveva gia’ detto esplicitamente, negli ultimi giorni. Oggi lo ribadisce, e in qualche modo impegna il governo che sta per nascere. Si apre una nuova stagione.

I primi a essere ricevuti, come da prassi, sono il presidente del Senato, Pietro Grasso, e della Camera, Laura Boldrini che proprio oggi ha tenuto a chiarire che non entrera’ al governo.

Chi non andra’, di certo, e’ l’M5S come anche la Lega.

Proprio quest’ultimo no da parte del Carroccio spinge il Colle a vergare in serata un comunicato in cui si esprime “stupore” e rincrescimento”.

Quanto a M5S, sono i grillini Federico D’Inca’ e Maurizio Santangelo a spiegare il motivo per cui diserteranno le consultazioni: la decisione di non fare un passaggio parlamentare della crisi “dimostra e conferma che Giorgio Napolitano non e’ garante delle istituzioni”.

Oggi si comincia alle 10 e si conclude, con la delegazione Pd, alle 20. Ma quest’ultima, almeno da programma, non sara’ guidata da Matteo Renzi. Incarico stasera stessa? Puo’ darsi, anche se persino quando si tratto’ di Mario Monti (anche lui premier designato ancor prima che iniziassero le consultazioni) il Presidente volle prendersi comunque una notte di riflessione.   A riflettere sulle vicende politiche italiane anche un occhio attento d’Oltretevere. “Renzi si gioca tutto e con lui anche il futuro dell’Italia”, commenta l’Osservatore Romano.   Detta dall’organo ufficiale del Vaticano, che nel corso di una storia plurisecolare di uomini della provvidenza ne ha visti molti, la frase assume un sapore particolare.

 

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Napolitano a Strasburgo, contestazioni da Lega

Questo articolo è stato preso dal sito web Ansa.it.

Esposti striscioni durante il discorso del Presidente. ‘Basta con austerità ad ogni costo’

‘Non regge più la politica di austerità a ogni costo’ che è stata la ‘risposta alla crisi in zona euro’. Lo ha detto il presidente Napolitano all’europarlamento evidenziando il ‘circolo vizioso tra politiche restrittive e arretramento delle economie’. Il capo dello Stato ha detto no a ‘un’agitazione distruttiva contro euro e Ue’ perché dalla costruzione europea ‘nulla può farci tornare indietro’. Contestazione da parte della Lega con striscioni anti-euro. Fischi e buu dall’aula, polemiche dall’Italia. Salvini commenta: ‘Napolitano senza vergogna e in malafede’, Borghezio spiega: ‘Non contestiamo lui ma la sua adesione un po’ cieca a questa Europa e ai poteri delle banche che rappresenta’. Schulz attacca: un abuso a scopo elettorale.

Gli eurodeputati della Lega Nord, guidati dal segretario Matteo Salvini, hanno esposto manifesti e striscioni anti-euro interrompendo brevemente il discorso del presidente Giorgio Napolitano alla plenaria di Strasburgo. “No euro” e “Euro kills”, le scritte. Alla contestazione hanno partecipato, oltre al segretario Salvini, il capogruppo Lorenzo Fontana, Mario Borghezio e Mara Bizzotto. Quest’ultima indossa una maglietta con la scritta “Napolitano non è il mio presidente” che gli è stata affidata da un militante prima della partenza per Strasburgo. I commessi dell’Europarlamento sono intervenuti per sequestrare manifesti e striscioni.

“Napolitano – dichiara Matteo Salvini – è senza vergogna, chi ancora difende questo Euro che ha massacrato lavoro, stipendi e pensioni è in malafede. Il voto di maggio spazzerà via queste Euro Follie”.

“Non ho alcuna simpatia – ha detto il presidente dell’europarlamento Martin Schulz parlando in italiano per accogliere in aula Giorgio Napolitano – per coloro che violentemente e volgarmente la critica con l’unico obiettivo di aumentare la loro visibilità e di gettare il paese nel caos”.

Nel suo discorso, Napolitano ha detto che “le prossime elezioni europee vanno considerate come un momento di verità da affrontare fino in fondo, anche perché sono evidenti le ragioni del disincanto dei cittadini per il peggioramento delle condizioni di vita. Non regge più – ha ricordato – la politica di austerità a ogni costo  che è stata la risposta prevalente alla crisi in zona euro. Bisogna ormai – ha detto ancora Napolitano – riflettere sulla consapevolezza di un circolo vizioso ormai insorto tra politiche restrittive nel campo della finanza pubblica e arretramento delle economie europee. All’Ue – per il Presidente – occorre una più forte coesione politica europea, e una più determinata leadership europea. Restano da vincere ancora dure battaglie politiche, se non contro possibili ritorni di nazionalismi aggressivi, certamente contro persistenti egoismi e meschinità nazionali, ristrettezze di vedute e calcoli di convenienza nelle classi dirigenti nazionali. Manca oggi la ‘vista lunga’ a troppi leader europei, per insufficiente consapevolezza del declino che minaccia l’Europa”. Ne è convinto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che oggi ha tenuto un lungo discorso al Parlamento europeo nell’aula di Strasburgo. Il capo dello Stato ha notato che “finora in un continente così interconnesso come il nostro, la politica è rimasta nazionale, con i suoi fatali limiti e con le sue vistose degenerazioni”.

“La costruzione europea ha ormai fondamenta talmente profonde che si è creata una compenetrazione tra le nostre società, le nostre istituzioni, i nostri cittadini e i giovani dei nostri paesi, e nulla, nulla, può farci tornare indietro“: così Napolitano nel suo intervento all’europarlamento a Strasburgo.

”I severi interventi di stabilizzazione adottati dalla Ue” per migliorare i conti ”hanno avuto ricadute di innegabile gravità in termini di recessione, di caduta del Pil e della domanda interna, specialmente nei Paesi chiamati a maggiori sacrifici”. Lo ha detto Giorgio Napolitano, a Strasburgo. Per cui oggi si auspica ”una svolta” che non significa però, ha detto agli europarlamentari, ”andare nel senso dell’irresponsabilità demagogica e del ripiegamento su situazioni di deficit e di debiti eccessivi” VIDEO.

“E’ nelle vostre mani – ha concluso Napolitano – per gran parte nelle vostre mani, il compito di far nascere e crescere la dimensione politica dell’integrazione europea nella nuova fase di sviluppo che per essa si apre.

Le proteste della Lega nord all’Europarlamento? “Sono assolutamente marginali e modeste, sono le tradizionali proteste della Lega”. Lo dice il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano risponde ai giornalisti che gli chiedono delle intemperanze leghiste a Strasburgo.

Dai risultati delle elezioni europee, che potrebbero premiare i partiti euroscettici non dovrebbe esserci “una ricaduta meccanica sugli equilibri nazionali”, ha detto ancora Napolitano conversando con i giornalisti.

“Certamente la situazione di oggi non è quella di due anni fa, per la prima volta stiamo vedendo dei ‘più’: questo significa che ci sono dei segni di ripresa indiscutibili”: così il presidente Giorgio Napolitano.

Schulz, comportamento Lega è abuso a scopo elettorale – La contestazione dei leghisti a Napolitano è “semplicemente deplorevole” ed è stata fatta “con puro scopo elettorale” cosa che “rappresenta un abuso”. Lo dice all’ANSA il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, aggiungendo che gli esponenti del Carroccio sono “totalmente isolati” nell’Europarlamento.

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Terra dei fuochi: Senato approva il decreto, è legge

Questo articolo è stato preso dal sito web Ansa.it.

ROMA – L’Aula del Senato approva il decreto sulle emergenze ambientali ed industriali: è legge. Il provvedimento, che sarebbe scaduto l’8 febbraio, dispone su Terra dei fuochi e Ilva. Il Senato non ha apportato modifiche al testo licenziato dalla Camera.

Il provvedimento è passato con 174 voti favorevoli, 58 contrari e 12 astenuti. Il M5s ha votato ‘no’, così come Lega nord. Sel si è astenuta. Tutti gli altri gruppi hanno votato a favore.

Orlando, ok decreto è riscossa area
Una “riscossa” per la Terra dei fuochi, per affrontare “l’emergenza” in quell’area. Questo il pensiero del ministro dell’Ambiente Andrea Orlando a proposito dell’approvazione da parte del Senato del decreto sulle emergenze ambientali ed industriali, diventato legge, e ritenuto un “punto di partenza” di un percorso. Ora sarà avviato un confronto con i territori per valutare come poter usare al meglio questo provvedimento.

Don Maurizio è contento, la legge è un punto di inizio
Che il decreto legge sulla Terra dei Fuochi sia stato approvato e sia diventato legge, don Maurizio Patriciello, che da anni porta avanti una lotta per riconoscere l’emergenza ambientale di quell’area, lo definisce un “punto di inizio, non certo di arrivo”. Si dice “contento” perchè “la terra dei Fuochi finalmente è diventato un problema nazionale e questo è avvenuto grazie al lavoro dei volontari”. “Ha vinto anche la linea del dialogo – aggiunge – l’unica strada che noi conosciamo”

Senatori Pd, è legge che la Campania attende
“La conversione in legge del decreto sulla Terra dei Fuochi è un provvedimento che la Campania e i cittadini campani attendono da tempo. Dispone le misure fondamentali per cancellare il fenomeno dei roghi e cominciare ad affrontare il fenomeno dello smaltimento illegale di rifiuti nella regione e le sue drammatiche conseguenze: prevede uno screening sanitario della popolazione e il controllo di sicurezza del territorio; introduce il reato penale di combustione illecita di rifiuti, punito con la reclusione da 2 a 5 anni; stanzia risorse per le bonifiche, impiegando una parte dei fondi confiscati agli ecomafiosi campani e mutuando i severissimi protocolli previsti per l’Expo 2015 per evitare le infiltrazioni della criminalità organizzata”. Lo dicono i senatori del Pd eletti in Campania Angelica Saggese, Pasquale Sollo, Vincenzo Cuomo e Rosaria Capacchione. “I roghi nella Terra dei Fuochi – proseguono i senatori del Pd – sono un’emergenza che il Partito Democratico aveva assunto come priorità. Questo decreto, rapidamente convertito in Senato, comincia a dare risposte concrete ai cittadini. Ora va subito affrontata la questione del censimento delle fabbriche del falso, che producono illegalmente e dunque smaltiscono illegalmente. E’ un fenomeno ingente, e colpirlo è la prossima sfida: secondo stime dell’Ispra relative al 2009, in un anno si smaltiscono in Campania oltre 1 milione di tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi”.

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Italicum: come funziona la nuova legge elettorale

Italicum: come funziona la nuova legge elettorale

La nuova legge elettorale partorita da Matteo Renzi e Silvio Berlusconi durante il loro famigerato incontro potrebbe diventare realtà in tempi brevi. E alla fine, niente doppio turno, niente collegi uninominali, niente modello sindaco d’Italia. Si è deciso per un proporzionale con premio di maggioranza, versione modificata del sistema spagnolo, che accontenta un po’ tutti senza entusiasmare nessuno. Oggi il testo della nuova legge elettorale verrà illustrato da Renzi alla direzione Pd e si vedrà con maggiore precisione di che si tratta.

Intanto, per quello che già si sa, vediamo come funziona la nuova legge elettorale. Lo schema di base, come detto, è quello proporzionale. I seggi vengono quindi divisi in base alle percentuali conquistate dai singoli partiti su base nazionale in cui si prevede un premio di maggioranza e soglie di sbarramento per entrare in Parlamento, soglie diverse per i partiti all’interno di coalizioni e per i partiti che decidono di correre da soli. Non troppo dissimile dal Porcellum, quindi, ma recependo le richieste della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo quest’ultimo.

Premio di maggioranza. Secondo la nuova legge elettorale Renzi – Berlusconi 92 deputati dei 618 eletti alla Camera (quindi il 15%) saranno assegnati come premio di maggioranza alla coalizione o singolo partito che supera il 35% dei voti. Premio che potrebbe anche aumentare e arrivare al 20% così come la soglia da raggiungere per ottenerlo potrebbe scendere al 30% o salire al 40%. Si vedrà, ma questi sono dettagli che non modificano l’impalcatura della legge.

Soglie di sbarramento. La percentuale minima da raggiungere per entrare in Parlamento è molto alta per i partiti che decidono di correre da soli (8%), mentre scende al 4 o 5% per i partiti che corrono alleati in coalizione. Un modo per eliminare il potere di ricatto dei partiti più piccoli, che verrebbero così eliminati qualora non decidano di allearsi con qualcuno, e di preservare quindi il bipolarismo. In Italia, però, al momento vige il “tripolarismo”, la governabilità ricade quindi interamente sulle spalle del premio del maggioranza.

Ripartizione dei seggi. Il collegio è unico e nazionale, sta a significare che a decidere dei seggi assegnati a un partito e/o coalizione sono solo i voti recepiti a livello nazionale. Stabilito il numero di deputati eletti per partito, i seggi vengono assegnati scegliendo i candidati che hanno ottenuto i migliori risultati nelle singole circoscrizioni provinciali.

Liste bloccate. Niente preferenze. In ogni collegio ci saranno liste bloccate ma brevi, si parla di sei candidati per partito. In questo modo si superano le perplessità della Corte Costituzionale, dal momento che presentando pochi candidati si dà all’elettore la possibilità di conoscere i candidati. Resta il fatto che non si potrà scegliere il singolo candidato, ma solo votare un pacchetto completo deciso dal partito.

I resti. I resti dei voti serviti per eleggere un singolo deputato non saranno persi, ma riutilizzati nel collegio unico nazionale, il tutto allo scopo di agevolare i partiti più piccoli che l’impianto generale tende a penalizzare.

Nessun premio di maggioranza. E se nessuna coalizione raggiunge la soglia necessaria per il premio di maggioranza, che succede? Nel caso in cui nessuna delle due coalizioni raggiunga la soglia del 35% dei consensi, secondo alcune indiscrezioni, la nuova legge prevede che si tornerà a votare quindici giorni dopo proprio per assegnare il bonus che consente di ottenere una maggioranza certa alla Camera. Un modo per evitare che lo spettro delle larghe intese o dell’ingovernabilità torni a presentarsi troppo di frequente.

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Sistema spagnolo corretto: un buon passo avanti Lorenzo Cuocolo sul Secolo XIX.

Sistema spagnolo corretto: un buon passo avanti
Lorenzo Cuocolo sul Secolo XIX:

Quando si copia, è bene farlo dai migliori. Anche in questo Berlusconi e Renzi hanno dimostrato di avere sintonia perfetta. Infatti, fra tutti i sistemi elettorali ai quali ispirarsi, hanno scelto quello spagnolo: un sistema sostanzialmente immutato da quasi trent’anni, che ha saputo dare alla monarchia iberica governi maggioritari e tendenzialmente stabili, con una sana alternanza tra popolari e socialisti.

È anche vero che, nel campo dell’ingegneria costituzionale i “trapianti” da un Paese all’altro sono rischiosi e il rigetto sistemico è molto elevato. Non sempre, infatti, quello che funziona da una parte attecchisce dall’altra: i modelli giuridici, specialmente quelli costituzionali, sono frutto di valutazioni tecniche, ma anche della storia, della cultura e del vissuto specifico di ogni comunità. È dunque un bene che, nella proposta Renzi-Berlusconi, il modello spagnolo sia riveduto e corretto, per poterlo più fecondamente innestare nel tessuto politico-istituzionale italiano.

Vediamo, dunque, il modello di riferimento e i correttivi nostrani.

In Spagna il sistema elettorale trova le proprie radici nella Costituzione del 1978, redatta alla caduta della dittatura franchista. Gli articoli 68 e 69, infatti, fissano alcuni elementi essenziali, come la dimensione provinciale delle circoscrizioni elettorali, la garanzia di una rappresentanza minima per ogni circoscrizione, nonché l’utilizzo di un sistema proporzionale di riparto dei seggi a livello circoscrizionale. Su questi principi è stato costruito il sistema elettorale, che trova nella legge organica n. 5 del 1985 la propria regolazione di dettaglio.

La sostanza, dunque, è quella di un sistema proporzionale, con circoscrizioni piccole e liste bloccate di candidati. Gli effetti evidenti sono quelli di favorire un modello bipartitico, che induce a concentrare i voti sui partiti più grandi (cd. voto utile) e che rende la vita difficile ai partiti di dimensioni medio-grandi, anche intorno al 10-15%. Il sistema di riparto circoscrizionale, inoltre, consente una rappresentanza anche ai partiti territoriali, forti in specifiche aree del Paese. Ciò è in linea con la forte valorizzazione delle autonomie e delle comunità locali, che ispira la Costituzione post-franchista.

Il limite più spinoso, dunque, è il deficit di rappresentanza, cioè la scelta di sacrificare il pluralismo politico a vantaggio della stabilità di governo. Ciò, in Spagna, trova conferma nella disciplina dei resti, che – sostanzialmente – vanno persi e dunque non sono attribuiti a nessuna forza politica.

Questo il modello posto a base dell’incontro Renzi-Berlusconi. Anche in Italia il nuovo sistema elettorale (almeno per la Camera dei Deputati) dovrebbe avere i caratteri di fondo di un sistema proporzionale, con turno unico e liste di candidati molto corte. In ogni circoscrizione, infatti, verrebbero eletti circa 5 deputati. Il primo correttivo sarebbe quello di calcolare il riparto dei seggi a livello nazionale e non a livello circoscrizionale. A ciò si accompagnerebbe la previsione di una doppia soglia di sbarramento: 5% per le liste che si presentano singolarmente, 8% per le coalizioni. Infine, per garantire la stabilità dei governi, il nuovo sistema introdurrebbe un premio di maggioranza del 15%, assegnato a chi raggiunga almeno il 35-40% dei voti complessivi.

Due grandi domande: la prima, più tecnica, riguarda la conformità di simile legge elettorale con le prescrizioni contenute nella sentenza della Corte costituzionale che ha recentemente bocciato il porcellum. La seconda, più sostanziale, è se questo sistema sia effettivamente quello che serve all’Italia.

Quanto al primo punto, la Consulta contestava la previsione di un premio di maggioranza spropositato e il sistema delle liste bloccate. La nuova legge continuerebbe ad avere entrambi gli istituti, ma sensibilmente modificati: il premio di maggioranza, infatti, sarebbe piuttosto contenuto (15%) e, soprattutto, scatterebbe solo a favore di chi ottenga il 35-40% di voti reali, scongiurando gli effetti distorti del porcellum, che assegnavano la maggioranza assoluta dei seggi alla prima forza politica, a prescindere dai voti effettivamente ottenuti.

Farà discutere il mantenimento delle liste bloccate: è opinione diffusa, infatti, che il ritorno alle preferenze sarebbe un bene e che questo sia anche il precetto espresso dalla Corte costituzionale. Non è vero: il voto di preferenza, infatti, porta con sé più aspetti negativi, che aspetti positivi e favorisce pratiche di voto di scambio che, purtroppo, il nostro Paese ha ben conosciuto. Non è neppure vero che le liste bloccate siano state bocciate dalla Corte costituzionale: la sentenza ha censurato lo specifico sistema del porcellum, che prevedeva liste bloccate lunghissime, annullando nei fatti qualsiasi rapporto tra elettore ed eletto. Se le nuove liste saranno di 5 candidati, in circoscrizioni territorialmente limitate, sarà assai più semplice, per gli elettori, informarsi e documentarsi su chi sono i candidati, e così esprimere un voto informato e consapevole.

Non è chiaro se il nuovo sistema consentirà le candidature multiple, con la possibilità di opzione tra un seggio ed un altro successiva all’elezione. È probabile (ed auspicabile) che non sia così: anche questo gioco delle tre carte, che consentiva alle segreterie dei partiti di condizionare a tavolino i nomi degli eletti, è stato fortemente criticato dalla Corte costituzionale e, nei fatti, è stato un insulto alla sovranità elettorale dei cittadini.

E, dunque, il sistema spagnolo ritoccato, messo a punto dal duo Renzi-Berlusconi, è quello di cui l’Italia ha bisogno? Quando si parla di sistemi elettorali, il diavolo si nasconde proprio nei dettagli più piccoli. Basta una virgola per alterare il funzionamento di un modello. È presto, dunque, per capire come potrà funzionare in concreto il sistema proposto. Certo è un buon passo avanti, alla ricerca di un accettabile equilibrio tra le esigenze della rappresentanza e quelle della stabilità di governo. I correttivi italiani, e soprattutto il premio di maggioranza, dovrebbero consentire artificialmente quella governabilità che il sistema bipolare spagnolo ha naturalmente. Se anche, quindi, uscissero dalle urne tre forze politiche (o coalizioni) principali, la paralisi (e le larghe intese) dovrebbero essere scongiurate. Anche il modello italiano, come quello iberico d’origine, sconterebbe un inevitabile sacrificio della rappresentatività, in parte recuperato dal sistema di suddivisione dei resti e dal riparto dei seggi su scala nazionale, che però indebolirebbe la rappresentanza dei partiti radicati in specifiche aree territoriali.

Le alternative discusse in queste settimane non sembrano migliori. Non il cd. Sindaco d’Italia, perché porterebbe ad un’elezione diretta del Presidente del Consiglio, incompatibile con la nostra Costituzione. Meglio il mattarellum corretto, che, però, difficilmente garantirebbe la governabilità.

Resta il nodo del Senato: Renzi e Berlusconi concordano sull’esigenza di abolirlo. Per farlo, però, sarà necessaria una riforma costituzionale: tempi lunghi e ampie maggioranze. E, soprattutto, la riforma dovrebbe essere votata dagli stessi Senatori. Scenari incerti, che difficilmente si riusciranno a realizzare prima delle prossime elezioni.

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